Sempre nel tentativo di stabilire un rapporto diverso e più equo tra forma e contenuto della scrittura, abbiamo tenuto un nuovo workshop, questa volta lavorando con la tipografia, in cui abbiamo chiesto allo scrittore Ivan Teobaldelli di introdurci ad un tema a lui caro e per noi molto intrigante: La scrittura mistica femminile.
Ivan Teobaldelli, scrittore e Monica Dengo, calligrafa

L’idea è frullata in testa per prima a Monica Dengo che mi raccontava mostrandomi il bel catalogo e il video della sua ultima mostra al Museo Correr di Venezia. La Dengo è un’artista che lavora sulla calligrafia e la poetica dello spazio. Ha vissuto e sperimentato a San Francisco e in Giappone, e i suoi corsi si concludono con lavori collettivi che incrociano il segno (la scrittura) col materiale (la carta) attraverso un’elaborazione grafica e tipografica. Le erano piaciuti il mio testo e lo spettacolo su Alice Franchetti, Un bacio alla rosa selvatica e mi sollecitava una collaborazione. Io m’ero già infilato in un altro trip letterario, la scrittura mistica femminile. Era un argomento che avrebbe potuto benissimo interessare il gruppo di sole donne iscritto al corso. Tutte venete, dell’area di Padova, Venezia e Mestre. E così è nato il workshop di tre giorni, dal 27 al 29 maggio scorso, che si è tenuto ad Arezzo, in una cornice molto amichevole e ospitale.
La casa aperta di un’amica.
Via XX Settembre è una storica via del centro, lastricata, che collega il Museo Medievale con la splendida Casa del Vasari da poco restaurata e trasformata in un gioiellino di museo. Se avrete il buon gusto di visitarla è la più discreta delle meraviglie di Arezzo dovrete suonare il campanello per farvi aprire il portone dal custode. Alle vostre spalle, vedrete una cancellata in ferro battuto sepolta da gelsomini e bignonie con due palme che svettano nel giardinetto che fa da schermo a una villa dei primi del Novecento. È in questa casa messa a disposizione da Maria Pia Mancini che il gruppo delle venete è stato accolto il venerdì pomeriggio. Con un aperitivo che ha sciolto la formalità delle presentazioni e dato la stura a una ciarliera intesa. Grazie anche alla bellezza dell’abitazione: un’infilata di spazi luminosi su differenti livelli, e l’esposizione dei lavori di Maria Pia i grandi dischi, le eclissi, le steli in acciaio che portano alla terrazza pensile dove si può dialogare coi gatti del giardino del Vasari.
L’ENERGIA VITALE
Il programma prevede una mia introduzio ne sulla scrittura mistica femminile che teniamo nel patio interno della casa, contro un muro di ortensie. Non vuol essere una lectio magistralis ma una semplice conversazione, aperta a domande e chiarimenti, che parte da un articolo letto qualche giorno fa sulle origini del linguaggio umano. La tesi era molto suggestiva. A differenza dei primati-scimmie, che continuano a portarsi addosso i cuccioli, aggrappati al pelo, i primati-ominidi, le madri, erano costrette a distaccarsene per procurarsi cibo e difesa. Il linguaggio era un modo per stare in contatto coi piccoli e rassicurarli. Di qui l’evoluzione articolata della lingua umana. E quando si definisce lingua-madre la prima che apprendiamo, se ne coglie davvero tutto il senso e il tragitto.
Eppure, nonostante questo imprinting, la scrittura delle donne a parte l’eccezione di Saffo è entrata di diritto nel canone letterario occidentale solo alla fine del primo millennio. Quando s’affaccia in scena di prepotenza una benedettina tedesca, Ildegarda di Bingen (1098-1179), che si mette in corrispondenza epistolare con Bernardo di Chiaravalle e si scontra politicamente con un suo antico protettore, Federico Barbarossa. Ildegarda è una specie di reincarnazione dell’alessandrina Ipazia. Cosmologa e naturalista, inventa il concetto di viriditas per definire l’energia vitale che s’istaura tra l’uomo e la natura. Siamo tutti parte d’un solo organismo. Quella mistica sinergia che nell’ultimo straordinario film di Terence Malick L’albero della vita mette in connessione il magma dei vulcani e il movimento delle galassie con il lutto straziante e tutto privato d’una famigliola americana di Waco, in Texas.
Ildegarda immaginava l’universo simile a un gigantesco uomo. Dove il sole, la luna e il firmamento erano la testa e gli occhi. La gabbia toracica era il luogo d’origine dei venti. L’addome, la sorgente dei mari, e i piedi erano la terra. Di conseguenza le malattie si potevano curare solo attraverso i principi fondanti e anticipatori della medicina olistica. Ildegarda queste cure le sperimentava su di sé perché a dispetto del nome che significa «la protettrice delle battaglie» soffriva d’una salute estremamente cagionevole. Fragile, rattrappita dall’artrosi e dai malanni, amava definirsi «l’ombra della luce vivente» e anche «una piuma abbandonata al vento della fiducia di Dio». Eppure, nonostante questi handicap, viaggiò per tutta Europa, polemizzò duramente coi potenti dell’epoca e scrisse testi ponderosi come Scivias (Conosci le vie), Liber vitae meritorum e Liber divinorum operum. Fu anche musicista e i suoi lavori raccolti sotto il titolo di Symphonia harmoniae celestium revelationum parlano di «una musica inaudita» che dice di aver raccolto per rivelazione divina. Annoto, tra le curiosità, che è diventata la patrona dell’esperanto perché inventò una lingua ignota un alfabeto artificiale di 23 lettere che anticipava l’utopia d’una lingua universale. Ed è finita anche sugli schermi nel bel film di Margarethe Von Trotta del 2009 dal titolo VisionAus dem Leben der Hildegard von Bingen.
PENELOPE E SHAHRAZÀDE
La conversazione continua, in un tramonto dorato che illumina il patio, tra bicchieri di Chianti, domande e una messe fitta di appunti. Come al solito parlo a braccio, per suggestioni, e sterzo verso due archetipi femminili, Penelope e Shahrazàde, che rappresentano il percorso della voce delle donne. Lo ricollego a quel racconto del vissuto, la scrittura autobiografica, che Lea Melandri negli anni ’70 chiamava «la memoria del corpo». Era il luogo profondo dove rintracciare le radici dell’identità e soprattutto la confusione e la sopraffazione tra i sessi. Occultare il vissuto, la vita psichica delle donne, significa cancellarle. L’autobiografia diventa il mezzo per dare corpo alla teoria e farla coincidere con la vita. Immettendo nel ragionamento la forza degli affetti. Penelope tesse i fili del vissuto. Penso ai kilim del sud del Marocco, tessuti da donne analfabete, che erano una specie di «cartolina di fidanzamento» spedita al promesso sposo. Dove la ragazza indicava la sua dote in animali, acri di terra, sorgenti d’acqua, alberi da frutto e persino gli anticipava il tipo di tatuaggio all’hennè che avrebbe “indossato” il giorno del matrimonio. Penelope però è “rivoluzionaria”. Di notte disfa la tela per consentire il giorno dopo un’altra trama. La sua arte non è fare ma disfare: per rifare. Penelope è la pazienza, l’attesa. È stata anche Cassandra che nella conchiglia dell’orecchio sentiva solo il suono della tempesta. Ma la sua naturale evoluzione, il suo completamento è Shahrazàde. Shahrazàde è l’iniziativa, l’ingegnosità.
Ricordate la vicenda? C’era un re di nome Shahriyàr che regnava con giustizia e col rispetto dei suoi sudditi. Ma un giorno, rientrando per caso a palazzo, sorprese la bellissima moglie tra le braccia dello schiavo negro, Massud. Sguainò la spada e li uccise entrambi. Da allora, avvelenato dal ricordo, Shahriyàr pretese ogni notte nel suo letto una fanciulla vergine. La possedeva e la mattina stessa l’uccideva, tale era il suo odio per la donna. La strage durò tre anni finché in città non restò una sola ragazza da marito. Quando il re pretese la solita vergine, il visir non trovò più nessuna. Turbato e angustiato si diresse a casa temendo per l’ira del sovrano. Qui incontrò la giovane figlia Shahrazàde che gli chiese: «Cos’hai padre che ti vedo così preoccupato e afflitto?». Il visir le raccontò della richiesta del sovrano e lei: «Fammi sposare questo re. O vivrò o col mio sacrificio salverò le figlie dei musulmani».
Conoscete tutti come andò a finire. Per centinaia di notti Shahrazàde trascinò il re dentro un labirinto cangiante di storie, interrompendole per montare ad arte la sua curiosità. S’era salvata con le armi della cultura e d’una astuta affabulazione. C’è un bel libro di Fatima Merissi dal titolo Shahrazàde non è marocchina dove l’autrice individua nella «democratizzazione del sapere» e la lotta contro l’analfabetismo femminile la Umm al Maàtik (la madre delle battaglie) del mondo arabo. E la primavera araba scoppiata negli ultimi mesi, attraverso l’uso da parte dei giovani e delle ragazze di Internet, del web, di Twitter e dei cellulari, ne è la prova provata.
LE PAZZE PER DIO
Chiusa la digressione, riprendo il filo di quel “lievito mistico” che ha trovato terreno fertile soprattutto in Umbria e Toscana. Parto da Angela da Foligno che, dopo aver avuto marito e figli, nel 1291, in un pellegrinaggio ad Assisi, fu folgorata dalla visione di san Francesco. Ne fu sconvolta. Nacque il Libro dettato al suo direttore spirituale in volgare suum che racchiude tutta la sua «pazzia per Dio», una coscienza mistica che è forse la più alta di tutto il Medioevo. Poi Caterina da Siena che, penultima di 25 figli d’un tintore, e benché analfabeta, contattò tutte le corti d’ Europa come “la fanciulla universale” predicando l’universalità dell’amore, la totalità dell’allegrezza e della tristezza, il senso del nulla e di Dio. Sorvolo su Maddalena de’ Pazzi, aristocratica fiorentina, su Chiara d’Assisi e Umiltà da Faenza. E anche su Caterina Fieschi, Gemma Galgani, Lucia Mangano e Itala Mela. In tutte queste donne, la maggior parte analfabete, il linguaggio mistico salta i codici letterari, l’eloquio ecclesiastico, lo stesso parlato quotidiano. Il pensiero delle mistiche è senza freni, scorrazza brado al di là delle preoccupazioni estetiche e compositive. È irriverente, artigianale, recupera antichi generi. È una conoscenza amorosa dove il corpo diventa evanescente e l’anima carnale. Riesce a dire l’ineffabile. A celebrare la tenebra luminosa, la chiarezza più oscura. A bruciare la psicologia e il sentimentalismo, a fare vuoto per riempirsi d’una pienezza impossibile. Non chiede di conoscere ma di essere, di vivere più che di vedere. E tutto questo lo si ritrova nei diari di Veronica Giuliani. Che, col nome di Orsola, entra giovanissima nel 1667 nel convento delle severissime cappuccine di Città di Castello. L’impatto non è roseo. Il suo giudizio è tagliente: la badessa è indiscreta, la maestra incapace, le consorelle estranee al suo genio. Iniziano presto i fenomeni straordinari con manifestazioni somatiche sconvolgenti e pratiche penitenziali forsennate. La denunciano al Sant’Uffizio e viene ispezionata corporalmente in modi umilianti. Le impongono a cinque riprese di scrivere da capo l’autobiografia. Lievita a 20.000 pagine. Ogni fascicolo doveva essere riempito senza correzioni e consegnato senza riletture. Le veniva sottratto per sempre. La veggente scrive solo di notte, in positure estremamente disagiate. Quasi analfabeta, impara a scrivere scrivendo. La sua lingua resta essenzialmente orale, ma è avvincente, veemente, inquieta. Per i fenomeni straordinari, la levitazione, le piaghe, le visioni, ha un vocabolario ricchissimo che s’inventa («la grazia delle tre grazie»). Racconta l’indicibile il dolore è impossibile a scriversi e ciò che di fatto è sottratto alla parola e alla conoscenza. «Dico, ridico e non dico niente» è la sua sigla. E le ultime parole sul letto di morte, alle consorelle: «L’Amore si è fatto trovare. Questa è la causa del mio partire. Ditelo a tutte, ditelo a tutte!».
Così si conclude il mio excursus sulla scrittura mistica femminile. Sono le 9 di sera e in sala da pranzo ci aspetta una cena in piedi da leccarsi i baffi. Maria Pia e Paolo hanno imbandito un trionfo di leccornie toscane: pasta con le verdure di orto, fagioli zolfini, salsicce fresche da spalmare, prosciutto e salame dei famosi “maialai” d’Arezzo, insalata di mesticanza, formaggi biologici, crostata di fragole, ciliege cotte nello zucchero. Le venete non si fanno pregare. Sono dirette, cordiali e goderecce. E tutto è squisito. Hanno davanti due giorni da trascorrere nella tipografia artigianale di Monica e di Massimo (www.monicadengo.com) tra una pressa a mano, inchiostri, caratteri tipografici, tecniche di rilegatura e carte di varia grana. Sono curioso di sapere cosa hanno colto dal mio sproloquio. Quale grano di lievito. E ora dalle foto ricevute che pubblichiamo l’ho scoperto anch’io.
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